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Long-Covid: sintomi e soggetti più colpiti

LONG-COVID: DI COSA SI TRATTA?

Fame d’ariaAstenia. Sono queste la manifestazioni più frequenti della Long-Covid. Sintomi comuni a chi ha affrontato la malattia, che inizialmente si pensava però che svanissero con la guarigione. Se non già nel momento della negativizzazione, pochi giorni dopo. Così non è, invece. O meglio: non sempre. «Dopo un anno di pandemia, possiamo dire che la maggior parte delle persone si porta dietro uno strascico di questa malattia per diverso tempo», afferma Sandro Iannaccone, primario dell’unità di riabilitazione disturbi neurologici cognitivi motori dell’Irccs ospedale San Raffaele. Nel suo ambulatorio dedicato alla presa in carico dei pazienti colpiti dalla Covid-19 e non del tutto guariti, «ci sono ogni giorno persone che si portano dietro disturbi anche da sei mesi. E soltanto in alcuni casi i sintomi risultano attenuati rispetto alle prime settimane». Già, i sintomi: di quali si tratta? Detto dei più frequenti, «nella nostra casistica rilevabili nel 60-70 per cento dei pazienti entrati in contatto con il virus», a livello fisico si registrano spesso i dolori muscolari e articolari. Le altre manifestazioni riguardano invece il piano neurologico e quello psichiatrico e sono quelle che svaniscono più lentamente: difficoltà di concentrazione e attenzioneperdita di memoriadisturbo post-traumatico da stress (Ptsd). Mentre la perdita dell’olfatto, che assieme a quella del gusto rappresenta uno dei primi campanelli d’allarme della malattia, «persiste nel tempo soltanto nel dieci per cento dei pazienti».

COVID-19: QUANTO A LUNGO POSSONO DURARE I SINTOMI?

Con un anno di esperienza sulle spalle, nessuno ha più dubbi. Nella maggior parte dei casi, le persone recuperano dalla Covid-19 tra le due e le sei settimane dopo aver eliminato ogni traccia del virus. Non sempre, però, visto che da settembre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che «in alcune persone i sintomi possono permanere anche per diversi mesi». Un periodo durante il quale la persona si porta dietro i segni della malattia, ma non è più infettiva. Iannaccone: «Oggi tendiamo a parlare di Long-Covid quando, due mesi dopo la negativizzazione, un paziente continua a manifestare uno o più dei sintomi indicati». In linea di massima, più grave è stata la malattia, maggiore rischia di essere l’entità dei sintomi nel tempo. Ma non è detto, comunque, che la Long-Covid possa accompagnare anche persone che, una volta infette, hanno avuto soltanto la febbre, la tosse e un po’ di spossatezza. In questo caso – è l’ipotesi dei ricercatori – potrebbe essere una predisposizione genetica a favorire la persistenza dei sintomi.

QUALI LE POSSIBILI CAUSE DEL LONG-COVID

L’origine della malattia è infettiva e i polmoni rappresentano i primi organi colpiti dall’infezione. Ma pur non conoscendo ancora tutto, oggi sappiamo molto di più della Covid-19. La malattia, nei casi più gravi, può innescare una forte risposta infiammatoria in grado di dar vita a fenomeni di trombosi. Questi, oltre a rappresentare un rischio nella fase acuta dell’infezione, possono nel tempo lasciare il segno sugli organi colpiti. Un simile aspetto, unito a una possibile reazione autoimmune indotta dal virus, rientra tra i principali indiziati alla base della Long-Covid. Come spiega l’Istituto Superiore di Sanità sul proprio sito, il virus potrebbe inoltre «presentare alcune similitudini con componenti dell’organismo e far generare anticorpi che possono reagire anche contro i nostri organi o tessuti, provocando le manifestazioni cliniche descritte». Oltre ai polmoni e all’apparato muscolo-scheletricoil cuore, i reni e il cervello sembrano essere i distretti più esposti al rischio di una lunga sequela della malattia.

LONG-COVID ANCHE PER DONNE E BAMBINI 

Se nei primi mesi della malattia si ci è soffermati soprattutto sui rischi per la popolazione maschile, rispetto alla Long-Covid sembra esserci una maggiore parità di genere. Anzi. Alcuni studi condotti nell’ultimo anno hanno evidenziato una maggiore incidenza del problema tra le donne. «Il possibile risvolto su base autoimmune potrebbe giustificare la più elevata incidenza di questa sindrome nel sesso femminile», è l’ipotesi avanzata dai ricercatori dell’istituto Superiore di Sanità. Un aspetto che potrà essere chiarito soltanto studiando la presenza e le caratteristiche degli autoanticorpi presenti nel siero dei pazienti. Quello che si sa, sulla base di uno studio condotto dagli specialisti del Policlinico Gemelli di Roma, è che la Long-Covid può manifestarsi anche nei bambini. Più della metà di coloro che hanno partecipato allo studio (al momento disponibile soltanto sulla piattaforma MedXRiv) ha riferito almeno un sintomo persistente anche dopo 120 giorni dalla risoluzione dell’infezione. E oltre 4 su 10 ha ammesso di sentirsi limitato da questi sintomi durante le attività quotidiane. I sintomi più frequenti sono stanchezzadolori muscolari e articolarimal di testainsonnia, problemi respiratori e palpitazioni.

L’IMPORTANZA DELLA RIABILITAZIONE

Se la malattia acuta non è ancora del tutto nota, molte meno sono le certezze per quel che riguarda la Long-Covid. Chi sono i pazienti più a rischio? Probabilmente coloro che, già prima dell’infezione, risultavano obesiipertesi o affetti da una malattia mentale. Sulla base di quale decorso è immaginabile una guarigione lenta e duratura? Nessuno, al momento, ha la risposta. Quali conseguenze rischia di lasciare la malattia sull’organismo, a lungo termine? «Non lo sappiamo, è ancora presto per dire se la Covid-19 lascerà delle cicatrici a lungo termine – sostiene Iannaccone -. Quello che sappiamo è che molto dipende dalla capacità dell’organismo di rispondere all’infezione virale. E che oggi dovremmo interrogarci su come potenziare la riabilitazione per questi pazienti. Abbiamo la certezza, dopo un anno di pandemia, che quanto più questa è precoce, tanto più rapida e completa è la ripresa».


QUANDO ANDARE DAL MEDICO?

Per chi è chiamato a curare la malattia in ospedale, l’ideale sarebbe iniziare questo percorso già durante il ricovero. Per tutti gli altri, che sono la gran parte dei reduci dalla Covid-19, il consiglio di Iannaccone è il seguente: «Se dopo due mesi si avvertono ancora alcuni dei sintomi della malattia, occorre consultare il proprio medico di base, un cardiologo o un fisiatra. Attraverso alcuni esami specifici, dalla spirometria al test del cammino in 6 minuti, è possibile avere subito alcune importanti indicazioni sulla necessità e sulla tipologia di riabilitazione da effettuare. Dobbiamo dedicare molta attenzione a questi pazienti. Visti i numeri della pandemia, il rischio è quello di trovarci una lunga sfilza di malati cronici nei prossimi anni».

Fonte: Fondazione Umberto Veronesi

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Aggiornato il protocollo per i pazienti Covid in Piemonte

E’ stato aggiornato il protocollo per la presa in carico a domicilio dei pazienti Covid effettuata dalle Unità speciali di continuità assistenziale (Usca), dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta nella regione Piemonte.

Ad illustrare le novità l’assessore regionale piemontese alla Sanità, Luigi Genesio Icardi: “Introduciamo l’utilizzo dell’idrossiclorochina nella fase precoce della malattia, insieme a farmaci antinfiammatori non steroidei e vitamina D. In più, prevediamo la possibilità di attivare ‘ambulatori Usca’ per gli accertamenti diagnostici altrimenti non eseguibili o difficilmente eseguibili al domicilio, ottimizzando le risorse professionali e materiali disponibili”.

“Siamo convinti, perché lo abbiamo riscontrato sul campo fin dalla prima ondata, che in molti casi il virus si possa combattere molto efficacemente curando i pazienti a casa – precisa Icardi – Non vuol dire limitarsi a prescrivere paracetamolo per telefono e restare in vigile attesa, ma prendere in carico i pazienti a domicilio. Siamo stati tra i primi, l’anno scorso, a siglare un protocollo condiviso con Asl, Prefetture e organizzazioni di categoria dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta. L’obiettivo è evitare che i ricoveri, così come le degenze prolungate oltre l’effettiva necessità clinica, delle persone che possono essere curate a domicilio determinino una consistente occupazione di posti letto e l’impossibilità di erogare assistenza a chi versa in condizioni più gravi e con altre patologie di maggiore complessità”.

Altra novità è la possibilità di istituire degli “ambulatori Usca” ospedalieri/distrettuali, in modo da consentire il controllo dei pazienti a cadenza regolare ed offrire un pacchetto di prestazioni per una diagnosi e una stadiazione più appropriata della malattia. Luoghi nei quali si potranno eseguire visite mediche, prelievi di sangue, consegne e ritiro urine per esame completo, monitoraggi saturazione ed eventuale emogasanalisi, elettrocardiogrammi, ecografie toraciche, tamponi naso-faringei per test molecolari e antigenici, attivazioni di percorsi preferenziali con invio diretto in Radiologia per eseguire radiografie e Tac al torace. Alle Usca è previsto anche l’affiancamento di un servizio psicologico, svolto in modalità remoto utilizzando le postazioni di telemedicina attivate in sede distrettuale e costituito da colloqui in videochiamata con il paziente e il nucleo famigliare.

Riguardo ai provvedimenti terapeutici consigliati, accanto a eparina, steroidi e antibiotici il protocollo piemontese introduce farmaci antinfiammatori non steroidei, Vitamina D e idrossiclorochina, dopo che il Consiglio di Stato ne ha consentito la prescrizione (off label) sotto precisa responsabilità e dietro stretto controllo del medico.

Fonte: https://www.regione.piemonte.it/web/pinforma/notizie/aggiornato-protocollo-delle-cure-casa-per-covid

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Lattoferrina e Covid19: nuovo studio italiano

Il virologo Pregliasco: studio conferma azione antivirale e antinfiammatoria della proteina 

Una risposta contro il Covid-19? Potrebbe venire dalla lattoferrina, una glicoproteina naturalmente presente in varie secrezioni umane tra cui il latte materno. È quanto emerge da uno studio italiano dal titolo “Gli effetti protettivi della lattoferrina in vitro contro l’infezione di Sars-CoV-2” le cui evidenze scientifiche sono state pubblicate sulla rivista ‘Nutrients’. Obiettivo della ricerca: valutare per la prima volta il potenziale della lattoferrina bovina nella prevenzione dell’infezione da Sars-CoV-2 in vitro (dunque in laboratorio su cellule intestinali) e, in particolare, studiare gli effetti della glicoproteina nell’influenzare le risposte immunitarie antivirali e nell’inibire l’infezione e la replicazione del virus. 

“I risultati dello studio sono molto interessanti e incoraggianti – conferma Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano – perché ci dimostrano che il trattamento preventivo con lattoferrina non solo ha migliorato la risposta immunitaria antivirale con effetti moderati contro l’infezione da Sars-CoV-2 ma, soprattutto, ha modulato positivamente la produzione di citochine innescata dal virus nelle cellule intestinali, la famosa ‘tempesta citochinica’ che, come noto, è il meccanismo predominante della patogenesi di Covid-19. In altre parole, ha modulato positivamente la risposta infiammatoria che deriva dall’infezione virale e ha parzialmente inibito l’infezione e la replicazione del virus, oltre a proteggere le cellule intestinali dall’infezione da Sars-CoV-2 in vitro”.

Una proteina che l’organismo produce fisiologicamente e dà adito ad una serie di sviluppi futuri, secondo Pregliasco che aggiunge: “La lattoferrina è una proteina naturalmente presente in varie secrezioni umane, nota sin dagli anni ‘40 perché ritrovata nel latte vaccino, la cui funzione è quella di potenziare le difese dell’organismo contro agenti infettivi, batterici e virali. Ma oltre ad essere una proteina che trasporta il ferro ha anche una capacità di immonomodulazione”. 

“Questo è un primo studio – sottolinea Pregliasco – su un modello di cellule intestinali coltivate in vitro, ma dai risultati abbiamo potuto vedere il meccanismo d’azione: in pratica la lattoferrina ha dimostrato di ridurre l’espressione di alcune citochine (le molecole proteiche coinvolte nella regolazione della risposta del sistema immunitario alle infiammazioni e alle infezioni), tra le quali l’ interleuchina-6, che sono coinvolte in quella che è la risposta immunitaria in particolare della tempesta citochinica del Covid. Inoltre, la ricerca conferma l’azione immuno-modulante della lattoferrina che regola la produzione di mediatori dell’infiammazione nel corso di infezioni. Non solo, lo studio ha anche dimostrato che la lattoferrina ha ridotto in modo significativo l’espressione di geni antivirali e ha protetto le cellule intestinali dall’infezione Sars-CoV-2, arrivando ad una parziale battuta d’arresto della replicazione virale”. 

Durante le fasi dello studio è stato necessario isolare il virus Sars-CoV-2 da un paziente presso l’Unità di Microbiologia dell’ospedale Universitario di Padova per sequenziarne l’intero genoma. L’obiettivo? Testare e misurare quanto e come la molecola ha un impatto nella prevenzione e nel contrasto dell’infezione in alcune cellule intestinali. L’intestino, infatti, rappresenta uno degli organi bersaglio del virus per la sua replicazione, non a caso se ne può trovare traccia nelle feci e nelle urine dei pazienti con Covid-19 anche in assenza dei sintomi e tracce di infezione a livello respiratorio. Alla valutazione degli effetti immunitari antivirali della lattoferrina è seguito lo studio della glicoproteina nei confronti del virus, mediante due diversi modelli: il primo basato sull’utilizzo della sostanza per poi provocare, solo in seguito, l’infezione; il secondo basato sull’utilizzo della sostanza in concomitanza con il virus. 

“In entrambi i modelli – ancora Pregliasco – si sono andati a valutare gli effetti protettivi della lattoferrina contro l’infezione Sars-CoV-2, osservandone lo sviluppo come indicatore della ‘forza’ preventiva della lattoferrina e monitorando le risposte immunitarie antivirali. Elementi che aprono la possibilità anche in questo senso di andare oltre per poter confermare l’opportunità dell’uso della lattoferrina come un adiuvante nell’azione immunitaria anche per altri agenti batterici e infettivi”. 

Link allo studio

Fonte: Adnkronos Salute

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Uk, centinaia di ricoveri di bambini con sindrome post-Covid

Un fenomeno che preoccupa i pediatri, il 75% dei bambini più colpiti dalla sindrome infiammatoria multisistemica pediatrica (PIMS) erano neri, asiatici o minoranze etniche (BAME). Quasi quattro bambini su cinque erano in precedenza sani, secondo un’istantanea dei casi non pubblicata.

Quando il fenomeno “PIMS” è emerso nella prima ondata della pandemia, ha causato confusione tra i medici, preoccupazione tra i capi del NHS e allarme tra i genitori. Inizialmente si pensava fosse la malattia di Kawasaki, una condizione rara che colpisce principalmente neonati e bambini. Ma la PIMS è stata riconosciuta come una nuova sindrome post-virale separata che colpisce un bambino su 5.000 circa un mese dopo aver avuto il Covid, indipendentemente dal fatto che presentassero sintomi.

Spesso comporta eruzioni cutanee, una temperatura fino a 40 ° C, pressione sanguigna pericolosamente bassa e problemi addominali e nei casi gravi i suoi sintomi sono come quelli dello shock tossico o della sepsi potenzialmente fatale. Si pensa che due bambini siano morti di PIMS dall’inizio della pandemia.

Sebbene gli specialisti non ritengano che la frequenza della malattia sia aumentata rispetto ai casi nella comunità più ampia, i numeri sono più alti rispetto alla prima ondata, con ospedali che si ritiene abbiano accolto fino a 100 giovani a settimana durante la seconda ondata, rispetto a circa 30 a settimana lo scorso aprile.

Si ritiene che dall’inizio di gennaio ogni giorno dai 12 ai 15 bambini si siano ammalati. I casi sono emersi in molti luoghi, ma la maggior parte si è verificata a Londra e nel sud-est dell’Inghilterra, aree in cui la nuova variante Kent del coronavirus ha determinato un forte aumento delle infezioni.

Le prove raccolte dalla dott.ssa Hermione Lyall, esperta di malattie infettive nei bambini e direttore clinico dei servizi per l’infanzia presso l’Imperial College Healthcare NHS di Londra, hanno messo a nudo l’impatto decisamente sproporzionato che la malattia sta avendo sui bambini di origine BAME.

Parte di una presentazione che ha fatto a un recente webinar a cui hanno partecipato più di 1.000 pediatri ha mostrato che, in un “primo rapporto nazionale” in 78 pazienti con PIMS finiti in terapia intensiva, il 47% erano di origine afro-caraibica e il 28% dei Background asiatico – tra cinque e sei volte superiore al 14% della popolazione del Regno Unito che è BAME.

La dottoressa Liz Whittaker, portavoce del PIMS per il Royal College of Paediatrics and Child Health, ha dichiarato: “Stiamo facendo ricerche per capire perché queste popolazioni siano così colpite. La genetica può essere sicuramente un fattore da valutare, ma siamo preoccupati che sia un riflesso di come questa sia una malattia della povertà, che colpisca in modo sproporzionato coloro che non possono evitare l’esposizione a causa della loro occupazione, famiglie multigenerazionali e alloggi affollati “.

Dati separati raccolti dalla dott.ssa Marie White dell’Evelina hanno mostrato che il 60% dei 107 casi di PIMS trattati fino al 13 gennaio erano bambini neri africani o caraibici.

Il dottor Habib Naqvi, direttore dell’NHS Race and Health Observatory, ha chiesto un’indagine sul rischio molto maggiore per i bambini delle etnie prese in esame di contrarre il PIMS. “Chiaramente, ora è necessaria un’indagine urgente sul motivo per cui i bambini neri e asiatici sono sovrarappresentati e più vulnerabili al PIMS.

“Siamo preoccupati per questi primi risultati e sappiamo che le disuguaglianze strutturali di salute possono influenzare la vita di individui provenienti da minoranze etniche nel corso della loro vita”.

Il set di dati di Lyall, basato sui dati di 21 delle 23 unità di terapia intensiva pediatrica (PICU), ha anche rivelato che il 78% dei pazienti non soffrisse precedentemente di patologie; l’età media dei bambini che contraggono il PIMS è di 11 anni, ma varia da otto a 14 anni; due terzi (67%) erano ragazzi; solo il 22% aveva il Covid quando è emerso il loro PIMS, mentre gli altri lo avevano avuto in precedenza; e quasi uno su quattro di coloro che finiscono in un PICU sviluppa una condizione cardiaca chiamata dilatazione delle arterie coronarie, che è potenzialmente fatale.

Ulteriori dati presentati dagli esperti al webinar hanno mostrato che un piccolo numero di bambini con esso vede il proprio cervello colpito e soffre di confusione, letargia, disorientamento, inizia a comportarsi in modo insolito e, in rari casi, ha un ictus. Inoltre, in uno studio su 75 bambini, otto avevano sofferto di problemi cardiaci, tra cui miocardite e disfunzione ventricolare.

Whittaker ha detto che i genitori non dovrebbero allarmarsi per l’aumento dei ricoveri perché la recente incidenza di PIMS è proporzionata al maggiore impatto della pandemia sugli adulti nelle ultime settimane. “Il PIMS può essere molto serio. Ma abbiamo visto meno bambini gravemente malati [nella seconda ondata] perché c’è un riconoscimento più precoce e un trattamento più precoce “, ha detto.

“Il fenomeno rimane raro, e non pensiamo che i genitori debbano preoccuparsi. I numeri sono bassi e [la PIMS] non sarebbe un motivo per impedire l’apertura delle scuole. L’età media [di insorgenza] è di nove anni. Non consiglieremmo quindi di chiudere i parchi giochi. “

Fonte: The Guardian

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Il potenziale di lattoferrina e lisozima contro il COVID-19

Uno studio di ricercatori dell’Università di Harvard, Cambridge e Berlino ha dimostrato che l’assunzione per via orale di Lattoferrina e Lisozima, da parte di uomini ed animali, oltre ad essere sicuro è anche efficace, con la capacità di migliorare la risposta immunitaria. La ricerca quindi su queste proteine è estremamente utile per prevenire o gestire il COVID-19.

“In considerazione degli effetti antivirali diretti di lattoferrina e lisozima contro un’ampia gamma di virus (incluso SARS-CoV-2) e i loro effetti antimicrobici contro un’ampia gamma di batteri e funghi che può causare infezioni secondarie nei pazienti COVID-19; le loro proprietà immunomodulatorie che stimolano le risposte antimicrobiche promuovono tuttavia la risoluzione dell’infiammazione e in particolare il loro beneficio precedentemente dimostrato nel contrastare l’infiltrazione patologica dei neutrofili, l’attivazione dei macrofagi, il sovraccarico di ferro libero e la produzione eccessiva di citochine proinfiammatorie (IL-6 e TNF-α in particolare) e la formazione di trombi , che caratterizzano una forma grave di COVID-19”, affermano i ricercatori nello studio pubblicato su NCBI (National Center for Biotechnology Information).

Fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7543043/

Gli stessi ricercatori hanno sottolineato l’importanza di lavorare a prodotti che sfruttino l’associazione Lattoferrina-Lisozima, prodotti come il Pirv F20 che sfrutta tutte le proprietà benefiche di Lisozima e Lattoferrina.

La ricerca di Farmagens Health Care, da anni sottolinea l’importanza della lattoferrina con studi e ricerche che hanno portato al brevetto della “Lattoferrina ALFD®” (Lattoferrina che utilizza esclusivamente i frammenti di Lattoferrina derivati dal peptide bioattivo Lattoferricina nella sequenza maggiormente attiva come antimicrobico), che utilizzata in combinazione al nanovettore Lactobacillus paracasei subsp.paracasei F19 aumenta l’efficacia evidenziata da centinaia di pubblicazioni.

La ricombinazione delle tre molecole presenti nel PIRV-F20:
– nanovettore Lactobacillus paracasei subsp.paracasei F19
– Lisozima idrolizzato (che a differenza del normale lisozima è di più facile assimilazione)
– Lattoferrina

costituisce un aiuto fondamentale alla barriera di difesa preposta alle aree di difesa più vulnerabili contro i microrganismi patogeni (dell’apparato delle vie respiratorie, cutaneo/epiteliale oltre che dell’epitelio aereo digestivo superiore, uro-genitale, gastrico, intestinale, ghiandolare esocrino e dell’epitelio congiuntivale), con un effetto immunomodulante, e antibatterico e antivirale.